In uno spazio collettivo e condiviso, i metodi che si usano per confrontarsi sono già politici, prima ancora dei temi che si discutono.  

Ripetere parole d’ordine che tutt3 condividiamo non basta se poi quello che si fa concretamente va in direzione opposta a quello che si proclama. Se si procede per slogan senza informarsi, se si riempiono le chat di polemiche senza ascolto, se si considera  insinuare e screditare uno normale strumento retorico per vincere una discussione, non si sta facendo una battaglia per la partecipazione. Si sta facendo l’esatto opposto.  Si sta riempendo tutto lo spazio per tenerlo vuoto, si sta soffocando la partecipazione degli altri. Chi ha tempo di leggere duecento messaggi per capire se qualcosa è vero o meno?  

Per questo motivo molt3 di noi hanno abbandonato quella chat (privata e non ufficiale) su WhatsApp chiamata ‘Genitori per il Virgilio’ che a fronte di un numero alto di iscritti, vede nei fatti la partecipazione molto rumorosa di pochissime persone. Dai numeri si capisce che non siamo stati i soli: nel tempo, una cinquantina di persone hanno fatto la stessa scelta. Non per disinteresse, non perché mancasse la voglia e la passione. Ma perché parlare in queste condizioni non è possibile. E alla messa in scena di una finta partecipazione, non ci stiamo.

Partecipazione, per noi, è prima di tutto rendere la partecipazione stessa possibile dando informazioni chiare e corrette a tutt3. Partecipazione è creare e curare uno spazio per parlarsi, così che tutt3 possano capire di cosa si parla. Per questo abbiamo creato il Comitato dei genitori. Per questo abbiamo fatto assemblee, formato gruppi di lavoro, studiato circolari e decifrato normative. Non per raccontarci democratici, ma per esserlo nei fatti.

La partecipazione non è una parola magica: è una pratica. E come tutte le pratiche, si misura non da ciò che si dice di voler fare, ma da quello che si fa davvero.


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